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Tatuaggi dal 1993 a Venezia

Intervista – Anna Livia Carella- “il Fuoco sulla pelle”

Autrice del libro ” Il Fuoco sulla pelle” Castelvecchi,  Anna Livia è diventata una cara amica proprio in fase di preparazione del libro.

Ecco un intervista che ci ha rilasciato in esclusiva…. buona lettura

Come ti è venuta l’idea di scrivere un libro sulla storia del tatuaggio giapponese?

L’idea è nata quando ho iniziato a scrivere per la tesi di laurea ma forse, in realtà, è stato molto tempo prima.

La mia passione per l’arte giapponese è iniziata quando avevo circa tredici anni. Nei miei sogni c’erano templi, pennelli, carta di riso e  kimono. Ero affascinata dalla strana prospettiva dei personaggi delle stampe ukiyoe, la grafia degli ideogrammi e i disegni delle sete con fiori e nuvole mi incantavano. Ho iniziato così a documentarmi e a leggere libri sull’Oriente.

In  questo periodo di ricerca ho scoperto lo horimono.

Poi sono partita per il Giappone. La prima volta è stato uno shock. Ancora oggi, non so ben capire se  fosse stata un’emozione più positiva o più negativa. Ero incantata, entusiasta ma anche impaurita e perplessa. Non lo so, forse è così che deve essere. Dopo tutto è vero che nell’amore c’è sempre un po’ di odio e che le grandi storie d’amore nascono spesso dall’odio iniziale… Per me forse è stato così.

All’università ho scelto di studiare lingua e letteratura giapponese e per l’esame di Storia dell’Arte del Giappone ho presentato una tesina sulla connessione tra i marchi facciali delle statuette preistoriche e il tatuaggio.  Nonostante  l’ottimo voto,  la professoressa in questione non ha esitato a farmi sapere il suo pensiero sulla considerazione dello horimono come arte – vi lascio immaginare quale -. Ovviamente non ho desistito. Al momento della tesi quadriennale avevo già iniziato un rapporto epistolare con alcuni maestri giapponesi ed ero tornata più volte in Giappone. Ho proposto una tesi che si incentrasse sul rapporto tra lo horimono e le stampe ukiyoe. La professoressa della tesi – non la stessa della tesina precedente – mi ha sostenuto. È stata lei a stimolarmi a scrivere un libro sull’argomento. Avevo voglia di mettere nero su bianco tutta la mia passione e così l’ho fatto.

Quanto tempo hai dedicato alle ricerche per questo libro?

Parlare di horimono significa parlare di arte, storia, cultura, folclore, psicologia, usi e costumi del Giappone. Praticamente la ricerca per scrivere questo libro l’ho iniziata quando ho cominciato ad interessarmi di Giappone e ancora non avevo idea che poi, ci avrei scritto un saggio.

La stesura del libro vera e propria invece, la ricerca dell’editore, la scelta del materiale fotografico, credo sia durata circa un anno.


Sei soddisfatta del risultato?

Si sono soddisfatta del risultato anche se l’argomento è davvero vasto per cui ci sarebbe ancora tanto da scrivere. Una cosa che non mi vede molto contenta c’è, ed è la scelta del titolo e della copertina,  ma su questo l’ultima parola era dell’editore.


Prima che iniziassi a scrivere questo libro non ci conoscevamo, come ti è venuto in mente di contattarci?

Non ci conoscevamo di persona ma io già vi seguivo da tempo. Mi piacciono molto i vostri tatuaggi e l’attenzione con cui abbinate i soggetti giapponesi denota una profonda conoscenza e tanto studio.


hai tatuaggi?

No, non ancora. Ma anche se li avessi probabilmente non lo direi: secondo me sono una cosa molto intima.


Secondo te lo horimono, può essere considerata l’ultima forma d’arte giapponese ad essere perseguitata e perchè?

Lo horimono, a torto o a ragione, ancora non si scrolla di dosso il vecchio legame con i criminali e la yakuza. Inoltre, incidere la pelle in Giappone è concesso solo ai medici e gli studi dei tatuatori hanno spesso subito chiusure e distruzioni. I tatuatori stanno cercando di ottenere la legalità ma per ora sono solo tollerati e sempre a rischio di chiusura.  Probabilmente non sarà l’ultima forma d’arte ad essere perseguitata, purtroppo.


Quali sono le differenze principali tra lo Horimono ed il tatuaggio occidentale.

Le differenze sono tante: lo stile è differente. Tutto dipende dall’influenza della cultura in cui nascono: questo è fondamentale. I soggetti iconografici sono diversi e a volte con rimando a significati opposti: il dragone in occidente è un animale malefico mentre in Giappone è un animale composito che simboleggia la totalità, il tutto. Poi,  la prima cosa che salta agli occhi osservando un horimono, è la presenza dello sfondo che nel tatuaggio giapponese ha valore insieme al soggetto principale perché lo accompagna e lo bilancia sia  a livello estetico sia a livello del significato.  Inoltre lo horimono tradizionale è concepito per coprire tutto il corpo o gran parte di esso, segue le linee anatomiche e le simmetrie: è un’opera d’arte che include anche la firma di chi l’ha eseguito.


Nella vasta gamma di soggetti del tatuaggio giapponese, quali sono i tuoi preferiti?

Questa è una domanda difficile. Ogni soggetto iconografico mi piace per un motivo: alcuni per il valore estetico, altri per il significato, altri per il rimando ad una precisa storia tratta dal folclore.

Mi piace molto la resa della carpa che risale la cascata perché adoro la forza dello sfondo dato dalle onde.  Mi piace l’elemento yin trasmesso dalle peonie e mi affascina l’elegante fierezza dello shishi…



Presenterai il libro da qualche parte?

Si certo ma al momento non ho ancora una data sicura.  La Castelvecchi, come editrice del libro, si sta occupando di organizzare degli incontri ma deve ancora comunicarmi le date. Nel frattempo anche io sto valutando alcune opportunità, alcuni luoghi che ritengo adatti … Vi terrò informati.


Progetti per il futuro?

Quando ho deciso di mettere un punto e terminare questo libro ho dovuto lasciar fuori molti argomenti che ritengo comunque interessanti, come tutta la parte che riguarda il tatuaggio giapponese di oggi e i legami con l’Occidente. Mi piacerebbe scrivere un libro su questo.


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