Mio padre fu marinaio e naufrago, ancor prima che io nascessi, si fece tatuare in un porto in India, in uno dei sui mille viaggi tra i mari del mondo, e portò con se stesso questo ricordo che mi trasmise come “codice genetico”.
Sin da bambino gli chiedevo cosa fossero e come si fosse fatto fare quei tatuaggi che gli stavano così bene sulle braccia. Le sue risposte erano speso evasive, ma quando mi raccontava la storia di quel tatuatore indiano che con la sua valigetta, salì a bordo del mercantile e tatuò tutti i marinai, mi sentivo quasi come fossi lì, a chilometri da casa, col mare azzurro in un pomeriggio caldissimo in India, con mio padre che si fa tatuare, che non sente niente e che se la ride con gli altri dell’equipaggio che si son beccati la febbre dopo il tattoo.
Ricordo tutto ancora oggi, mentre sto tatuando mio padre che dopo una trentina d’anni di pausa ha ripreso a tatuarsi; mio padre è del ’41 ha la pelle bruciata dal sole, ma la passione per il tattoo in lui si è riaccesa, e per me, è una cosa indescrivibile avere questo rapporto con lui.
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